Il santuario di Tindari e la riserva naturale di Marinello PDF Print E-mail
TindariIl Santuario della Madonna di Tindari, meta di pellegrinaggi dalla Sicilia e dalla Calabria (festa principale 8 Settembre), sorge sul punto più elevato del capo (m280), probabilmente sul luogo dell'antica acropoli; è a brevissima distanza dal vecchio santuario (ora aggregato al nuovo complesso), riedificato intorno al 1549 dopo il saccheggio e la devastazione subiti per opera del corsaro algerino Ariadeno Barbarossa nel 1544.
Il nuovo santuario, edificato negli anni 1956-79, è un imponente edificio a croce latina con transetto e abside, e cupola impostata su alto tamburo all'incrocio dei bracci. È a pianta basilicale, a tre navate divise da colonne ottagonali rivestite di marmo. La zona presbiteriale è ricca di mosaici: dietro l'altar maggiore è il trono della Madonna, una teca retta e incoronata da angeli di bronzo contenente la statua lignea della Madonna nera di stile bizantino, tradizionalmente proveniente dall'Oriente.
Dal piazzale-belvedere antistante il santuario si raggiunge la zona degli scavi di Tindari.
Tyndaris, una delle ultime colonie greche in Sicilia, fu fondata nel 396 a.C. da Dionisio I. Restò fedele ai Romani durante le guerre puniche, ebbe uria protezione speciale sotto l'Impero e divenne prospera. Nel sec.I d.C. una parte della città precipitò in mare per una frana, di cui parla Plinio e della quale si indicano dal santuario le tracce, sul lato Nord del promontorio. Fu diocesi nei primi secoli cristiani e la sua distruzione fu Marinellodovuta agli Arabi. Gli scavi furono iniziati nel secolo scorso dall'inglese Fagon, che vi trovò statue ora al Museo Archeologico regionale di Palermo, e continuati dalla Soprintendenza che vi ha in corso tuttora importanti lavori.
Rasentato al di sopra il tratto superiore delle mura, si gira intorno a una torre-fortilizio di età bizantino, caposaldo difensivo dell'ultima cinta muraria della città. Subito dopo la torre, di fronte all'edificio delle Scuole elementari è l'ingresso alla zona archeologica: un vialetto in discesa, rasentando il Museo, sbocca sul decumano superiore, arteria principale della città.
Tindari aveva una pianta regolarissima, costituita da due o tre lunghe strade rettilinee, piane e parallele (decumani), percorrenti il pianoro in tutta la sua lunghezza, larghe circa 8 m, fiancheggiante, almeno in alcuni tratti, da tabernae o botteghe, e incrociate perpendicolarmente, a intervalli regolari di m.29.5, da stradette minori (cardini), larghe m.3 e discendenti il pendio. Decumani e cardini dividevano tre o quattro serie di isolati (insulae), tutti identici fra di loro, allungati sul pendio. Ciascuna della insulae era formata da più abitazioni in terrazze a livello diverso e svolgentisi intorno ad atri o peristili. La città aveva un perfetto sistema di fognature, costituito da canalizzazioni correnti assialmente sotto il piano dei cardini e raccoglienti le acque dei decumani e delle insulae.
Si percorre il decumano superiore verso NO e si raggiunge il Teatro, addossato al pendio della collina, a monte del decumano: è conservato in notevole parte. Ha la cavea rivolta verso il mare, divisa in 11 cunei con 28 gradini; il diametro era di m.63. La costruzione è greca (sec.III o II a.C.), ma subì rifacimenti in età romana quando lo si adattò a spettacoli da anfiteatro trasformandone l'orchestra in un'arena circolare, parzialmente circondata da corridoi di servizio mediante forte abbassamento del suolo e il sarificio degli ultimi gradini. Si ottenne così un alto podio all'intorno, per proteggere gli spettatori dai pericoli dei "ludi gladiatorii", e delle "venationes". Si conservano però al margine dell'arena le fondazioni della scena greca, con tre porte e fiancheggiata dai due paraskenia, le quali indicano il livello dell'orchestra originaria. Di questa scena furono trovati, negli scavi eseguiti alla metà del secolo scorso, numerosi elementi (ora sistemati sotto tettoia nel cortiletto retrostante il Museo).
Si ripercorre in senso opposto il decumano superiore, e si giunge a un singolare monumento, il cosiddetto Ginnasio, più propriamente però una Basilica o sala di riunione. Eretta in età tardo-imperiale, era a tre piani, di cui solo quello inferiore in gran parte conservato. Questo è costituito da una sola ampia navata con copertura formata da una serie di 9 archi trasversali, con volte intermedie in calcestruzzo, avente quindi la forma di una galleria accessibile solo ai due estremi e che poteva essere chiusa quando vi si tenevano comizi o vi sedeva il tribunale. Gli archi costituenti le due fronti erano più bassi di quelli all'interno, i quali aggettavano dal muro. Dell'edificio si conserva quasi tutto il lungo muro a monte fino alla prima cornice, con uno degli archi e un breve tratto del muro a valle, il quale era in massima parte crollato e si era adagiato sul sottostante pendio.
Nel 1956 fu risollevato e si ricostruì anche l'arco di facciata, di cui restava in piedi solo lo stipite a monte (anch'esso fino alla prima cornice). Lo scavo eseguito nel pendio fece recuperare numerosissimi elementi dell'elevato. La Basilica era fiancheggiata su entrambi i lati da due strade a cielo scoperto, le quali sboccavano sull'agorà (Foro) attraverso due fornici, che facevano corpo con la facciata della Basilica stessa.
Simmetricamente, al di là dei due fornici, hanno inizio, sempre sotto archi, due scale, le quali davano accesso ai piani superiori della Basilica.
Verso monte, ancora al di là della scala (a destra), è un'ampia nicchia, nella quale doveva trovar posto una statua colossale, forse di qualche imperatore. La nicchia formava probabilmente sfondo a un porticato sopraelevato fiancheggiante l'agorà, la cui area non è stata ancora rimessa in luce. Alcuni saggi hanno accertato che l'agorà si estendeva per una lunghezza di m.80 ed era pavimentata in calcestruzzo. Delle due strade costeggianti la Basilica, quella a monte è fiancheggiata da tabernae, al di sopra delle quali viene a passare una rampa con lastricato di pietra, parallela alla strada stessa, che risale il pendio a gradini ricongiungendosi forse originariamente alla scala proveniente dall'agorà. A monte della rampa è una grande cisterna. La facciata NO della Basilica, tamponata con i blocchi crollati dell'edificio medesimo, fu poi utilizzata come caposaldo della fortificazione di tarda età bizantina. Questo muro, assai rozzo, è fatto quasi esclusivamente con rocchi di colonne e blocchi strappati ai monumenti classici. Esso rappresenta l'ultimo baluardo eretto dai Tindaritani contro la minaccia degli Arabi, quando già la città si era ridotta alla parte più alta del colle, lasciando ormai fuori delle mura il teatro, il decumano e tutto il quartiere nordoccidentale.
A valle del decumano è stata scavata un'intera insula, con i due cardini che la fiancheggiano e con un tratto del decumano medio, e si sono ripristinate le fognature originarie. In questa insula si riconoscono a diversi livelli quattro differenti complessi edilizi, non tutti contemporanei. Incominciando dal basso, e cioè dal decumano medio, si ha dapprima una serie di sei tabernae aprentesi su di esso. A monte è un ampio magazzino scantinato, con ingresso dal cardo orientale, nel quale pilastri e archi (alcuni rampanti) reggevano le strutture della casa sovrastante. Su un ripiano più elevato si sviluppa una ricca casa di abitazione, con ingresso dal cardo occidentale, la quale, con i suoi vani a valle e con ampie terrazze, veniva a estendersi anche al di sopra del magazzino e delle tabernae.
Dal cardo occidentale si scendeva con scala lignea a un vano d'ingresso che immetteva nel peristilio di forma quadrata, a dodici colonne, con giardinetto e cisterna al centro; le colonne erano costruite con grandi mattoni discoidali e reggevano architravi di pietra ricoperti d'intonaco bianco. Sul peristilio si apriva con tre porte, occupandone tutto un lato, il grande tablinum o sala di ricevimento, facente corpo unico con le ali e assumente pertanto una forma a T. Peristilio e tablinum occupavano l'intera larghezza dell'insula. Sui lati di entrambi si sviluppavano simmetricamente due serie di ambienti, di cui solo quelli a monte sono conservati. La casa fu costruita verosimilmente nella 2° metà del sec.I a.C. e un secolo dopo restaurata e ornata di più ricchi pavimenti a mosaico di tessere bianche e nere (traccia semplice nel peristilio; motivi a onde, a scacchiera, ecc. nei tablinum; più semplici motivi nei vani a monte, in uno dei quali figura una capretta). Alla costruzione originaria appartiene il mosaico policromo, di gusto ellenistico, del vano a monte del peristilio (triclinio?).
Segue verso monte una seconda abitazione meno sontuosa, con ingressi dal cardo orientale. Le stanze sono disposte intorno ad un peristilio rettangolare, con 10 colonne di ordine dorico costruite con scaglie laterizie blocchetti e con capitelli di pietra rivestita di intonaco (parzialmente risollevate dal crollo). Al di sopra del peristilio si svolgeva, almeno in parte, il loggiato, con colonnine formate da mattoni discoidali e capitellini dorici di pietra. Il tablinum era in questo caso all'estremità del lato a valle, probabilmente con finestra panoramica verso il mare, e il suo ingresso era decorato da due colonne fra due semicolonne, con ricchi capitelli di ordine corinzio in terracotta (un esemplare intero al Museo) databili al sec.I a.C. Sul fondo del peristilio, verso il cardo occidentale, era un grande ambiente a tre porte, meno fastoso (triclinio?).
Sul ripiano più elevato dell'insula si sviluppa un piccolo edificio termale, con ingresso dal cardo occidentale, costruito non prima del sec.III a.C. Si entra in un grande cortile porticato che ne occupa (insieme ad alcuni vani di servizio all'estremo E) tutta la metà a valle. Ai due lati dell'ingresso (fauces) sono due piccoli ambienti, forse spogliatoi (apodyteria), con pregevoli pavimenti a mosaico; in quello a valle, toro e pilei dei Dioscuri (simbolo della città di Tindari, ricorrente anche nelle monete); in quello a monte, Trinacria. L'edificio era formato da una sola serie di vani, situati per lungo sul lato a monte del cortile. A partire da Ovest abbiamo dapprima un frigidarium, la cui vasca (natatio) si protende nel cortile sbarrando di questo un lato del portico originario; bel pavimento musivo in bianco e nero: nell'ingresso, scena di lotta fra due atleti Verna e Afer (sotto, la firma dei mosaicista "Agathon schiavo di Dionisio"); nel riquadro adiacente, losanga entro tondo, fiancheggiata da 4 delfini; il riquadro principale, andato in rovina, fu sostituito in tarda età con rozza pavimentazione di lastre marmoree di reimpiego; nell'ultimo riquadro superstite, centauro marino. La porta di comunicazione col vano successivo, tamponata in una tardiva riutilizzazione dell'edificio, dava accesso a un vano di passaggio tra gli ambienti freddi e quelli caldi, avente nel pavimento un cavallo marino. Seguono un tepidarium e un calidarium, con pavimento su ipocausti e pareti rivestite di elementi tubolari in cui circolava il vapore o l'aria calda. Nel pavimento del primo, tondo con Dionisio e pantera sotto il tralcio di vite e, all'intorno, satirelli ai lati di kantharoi; nel secondo, motivo geometrico. In questo vano era anche una vasca per bagno caldo. A fianco dei tepidarium erano i forni (praefurnia) per il riscaldamento.
Tra la Basilica e il Teatro, a monte del decumano, sorge l'edificio del Museo.


SALA I: dati storici e topografici relativi a Tindari; documentazione dello scavo e del restauro dei suoi monumenti, dal Settecento a oggi; grande plastico ricostruttivo della scena ellenistica del Teatro.

SALA II: (due Nikai in volo, costituenti forse i due acroteri di un tempio del sec.III-IV a.C., qui riportate (1965) dai Musei di Palermo e Siracusa; capitelli, basi, iscrizioni, mascherone tetrale tragico marmoreo, ecc. SALA III: testa colossale di Augusto (dallo scavo della Basilica); statue onorarie romane di personaggi togati. SALA IV: capitello fittile della casa C dell'insula romana. Nelle vetrine, ceramiche dal riempimento di cisterne di diverse età, dalle fognature della città, ecc. SALA V: materiali di un abitato dell'età del Bronzo, individuato sotto il tablinum e il peristilio della casa B; ceramiche e piccole terracotte di età ellenistica (interessanti alcune maschere teatrali e figure di attori di commedia); urne cinerarie in piombo e vetro e corredi della necropoli ellenistica e romana.
Complemento interessante alla visita della città è il giro delle mura di Tyndaris: queste costituiscono una delle cinte più grandiose e meglio conservate della Sicilia. Gli scavi, che ne hanno messo in luce il maggior tratto, hanno permesso di datarle ai primi anni del sec.III a.C. Circuivano l'intero colle occupato dalla città, ma il tratto orientale a sinistra della svolta (della strada di accesso al santuario, non essendo stato ancora sistemato, è difficilmente rintracciabile fra la rigogliosa vegetazione di fichidindia. È stato messo invece in luce quasi per intero il tratto meridionale.
La visita ha inizio dal punto in cui la carrozzabile attraversa la cinta, percorrendo la stradetta pedonale che la Soprintendenza ha sistemato e che ne segue il percorso dal di sotto fino al Teatro greco. Nell'ansa della rotabile si conservano le vestigia di una torre, a Est della quale le mura sono attraversate da una grande cloaca.Segue a Ovest della torre un lungo tratto rettilineo ben conservato, nel quale si nota bene la struttura delle mura appoggiate al pendio del colle, formate da due paramenti di blocchi parallelepipedi con riempimento interno di pietrame irregolare, che colma anche le torri quadrate sporgenti all'esterno del muro; molti dei blocchi recano contrassegni indicanti la cava da cui provengono.
Oltrepassata la 2° torre, nelle mura si apre una postierla. Nella 3° torre (trasformata in età più tarda ricavandovi una stanza interna con feritoie) sono riadoperate antiche iscrizioni. Le mura svoltano ad angolo retto; i contrassegni dei blocchi sono qui numerosissimi. Fra la 4° e 5° torre, di dimensioni maggiori delle altre (presso ciascuna delle due è una postierla) si apre nel mezzo di una tenaglia semicircolare la porta principale della città, a due fornici (dipylon), fuori della quale nei campi sottostanti sono resti dei monumenti funerari di età romana. Dopo un altro, breve tratto rettilineo, due rampe di scale a destra collegano con lo spezzone di muro superiore (che però è all'interno di una proprietà privata; per seguirlo bisogna salire sulla strada): è questo un lungo tratto anch'esso rettilineo ottimamente conservato, nei due paramenti. Dopo un dente, dove è un'altra posterla, esternamente alle mura sono due grossi blocchi in muratura, affiancati, probabilmente piloni di un arco onorario di età imperiale, in cui sono riadoperati pezzi architettonici e iscrizioni. In un secondo dente formato dalle mura, sull'asse dell'arco onorario, si apriva una seconda porta poi otturata. Subito dopo, la grandiosa struttura a blocchi parallelepipedi cessa e le mura seguitano in struttura assai più modesta, con campate in muratura e calce intonacata alternate con ricorsi verticali di blocchi, che rappresenta forse la più antica fase costruttiva della cinta muraria. Saggi eseguiti in vari punti permettono infatti di supporre che le mura siano sorte in un primo tempo, per l'urgenza di creare una fortificazione, con questa tecnica più povera e scadente, e che solo in un secondo tempo, nel corso del sec.III a.C., si sia provveduto a sostituirla con una struttura assai più nobile e più robusta. Nel tratto in questione, sotto il villaggio, la scuola e il Teatro, alla cinta greca (in massima parte crollata o interrata) si sovrappongono tratti di nuova cinta, eretta in tarda età imperiale romana (sec.IV-V), in gran parte con blocchi tolti ai diruti monumenti della città.
Dall'incrocio per il santuario la statale scende a svolte, fra olivi, con bellissimo panorama.
 
Testi e foto - Fonte www.milazzonline.it